venerdì 26 aprile 2013

Iron Man 3


Il filone "cinecomic" mi ha sempre entusiasmato; lo trovo l' ennesimo esempio di come il cinema sia capace di fagocitare qualsiasi cosa e farlo proprio, di conseguenza difficilmente me ne perdo uno e si, ho visto anche quell' orrore di Spawn.
Faccio una piccola premessa: nella battaglia tra le due case madri Marvel e DC io sto dalla parte di quest' ultima: Superman, Batman, Flash evocano un fascino molto più profondo dei loro colleghi vendicatori. L' unico personaggio che mi intriga davvero ma davvero tanto è Silver Surfer, ma visto che i diritti dei Fantastici Quattro non sono di proprietà Marvel credo che la probabilità di vederlo sfrecciare nella galassia sia improbabile.


Tony Stark è stato la pietra focale su cui la Marvel ha creato il progetto The Avengers, grazie al successo del primo capitolo Thor, Capitan America e via discorrendo hanno trovato la via della luce e dell' affermazione. Difficile negare come Iron Man sia un esempio ben riuscito di un cinecomic targato Marvel: ritmo serrato, protagonista istrionico e divertente, colonna sonora aggressiva e assolutamente calzante. Ottima partenza, insomma. Al capitolo numero due invece si registra un passo indietro: troppa carne al fuoco e ritmo che ne risente. Questo terzo capitolo presenta innanzitutto un cambio alla regia dove Jon Favreau lascia spazio a Shame Black, al suo secondo film dopo Kiss, Kiss, Bang, Bang. Inoltre sembra che abbia abbandonato i toni scanzonati e abbia preso una deriva più dark.


Il film parte con la voce fuori campo di Stark che subito filosofeggia sulla creazione di demoni e già dopo 30 secondi mi trovo a storcere il naso. Voglio Iron Man, non il Cavaliere Oscuro. 
Questa sensazione di essere in sala ad assistere ad una copia sbiadita del film di Nolan non mi abbandona per parecchio tempo, fa anche capolino un rimando al Dottor Manhattan di Watchmen. Tanto Tony Stark, poco Iron Man. Tanta umanità con le relative fragilità e poco supereroe. Questa discesa verso l' introspezione psicologica del personaggio da una parte appare interessante ma alla fine si riduce semplicemente a una parabola di ascesa-caduta-rinascita che nulla aggiunge a quanto già si sapeva e cosi i momenti più riusciti rimangono sempre quelli in cui Tony Stark veste i panni di Iron Man e alcune gag fisiche con l' armatura. Sorvolo invece completamente la parentesi disneyiana con il bimbo nel paesino sperduto perchè quello è veramente troppo. Nonostante questi, a mio modesto parere, difetti che travisano l' impostazione data nel primo film la pellicola scorre via grazie a sequenze di combattimento ben orchestrate, in particolar modo il combattimento finale.
Menzione speciale per i titoli di testa (che poi sono in coda): davvero spettacolari.
Apro un' altra parentesi. Ma Guy Pearce oramai fa solo ruoli ambigui? Da Il discorso del re in poi ha collezionato una quantità impressionante di personaggi oscuri. E poi quelli del make up con lui si divertono come se fossero davanti a un pupazzo.


Insomma questo Iron Man 3 mi ha lasciato abbastanza deluso. Questa trilogia è partita con il botto per poi scendere di molto nel secondo capitolo e risollevarsi leggermente nel terzo ma senza toccare le vette del primo episodio o la freschezza del personaggio visto in The Avengers. E, dolcis in fundo, la frase pronunciata a epilogo dei titoli di coda dopo la scena "easter egg" mi ha fatto lasciare il cinema con le pive nel sacco. Ma dai.
VOTO:



sabato 13 aprile 2013

Jack Reacher - La Prova Decisiva


Regia: Christopher McQuarrie

Cast: Tom Cruise, Rosamund Pike, Werner Herzog, Robert Duvall, Richard Jenkis

Genere: Azione

Produzione: (USA, 2012)

Trama: In una cittadina dell' Indiana vengono uccise cinque persone da un cecchino. Le prove raccolte sono schiaccianti e viene arrestato un ex militare che, prima di cadere in coma a causa di un pestaggio, fa un solo nome: Jack Reacher.



Jack Reacher è un personaggio letterario famoso negli Stati Uniti. Il suo ideatore, Lee Child, gli ha dedicato libri e non sembra intenzionato a fermarsi. Ma chi è, questo Jack Reacher? Cito testualmente dall' introduzione del primo libro, Zona pericolosa. "Nome: Jack Reacher, ex agente della polizia militare, un vero duro, distintosi per coraggio e onestà nelle molteplici azioni in cui è stato impegnato fino a diventare una leggenda vivente". A occhio e croce, con questa descrizione Hollywood può sfornare film da ora all' infinito. A dare il volto a questo super poliziotto è stato chiamato Tom Cruise, reduce dal successo di Mission Impossible 4 e tornato nell' olimpo delle superstar dopo qualche passaggio a vuoto tra Scientology e divorzio; l' equazione è semplice: Tom + personaggio super fico = milioni a palate. Cosa che puntualmente al botteghino è avvenuta.


La prova decisiva è tratto dall' omonimo romanzo (il nono) e si presenta sulla falsa riga degli action che negli ultimi tempi hanno preso il sopravvento: un eroe super tosto senza la minima macchia, indistruttibile e in grado di compiere ogni cosa; quindi non abbiamo un nuovo Jason Bourne o Ethan Hunt, quanto piuttosto un richiamo ai "last action heroes" degli anni '80. Purtroppo Tom Cruise non è Sly e la regia è abbastanza scialba non facendo mai decollare il film ma lasciandolo in un limbo in cui non è ne un action contemporaneo, ne un puro old style e per i miei gusti personali è un peccato grave.


Al netto delle considerazioni sulla direzione intrapresa dal genere d' azione in generale, alcune scene risultano godibili e al di la di tutto si è curiosi di vedere come quest' uomo integerrimo solo con la morale riuscirà a sbrogliare la situazione e, a dirla tutta, mi ha fatto voglia di leggere i libri. Rimane una confezione patinata ma con dei bordi rovinati e un contenuto scarno. Se Tom Cruise non convince appieno invece ci sono Robert Duvall e Werner Herzog che fanno la parte dei vecchi leoni mai domi e riescono a catturare l' attenzione.
VOTO:


giovedì 11 aprile 2013

Di nuovo in gioco

Regia: Robert Lorenz

Cast: Clint Eastwood, Amy Adams, Justin Timberlake, Chelcie Ross

Genere: Drammatico 

Produzione: (USA, 2012)

Trama: Gus è un talent scout di successo da decenni, tuttavia l' incedere dell' età gli ha danneggiato la vista facilitando il compito a chi vorrebbe sostituirlo con metodi più scientifici. La figlia cercherà di aiutarlo e, contemporaneamente, a recuperare un rapporto danneggiato da ormai troppi anni.




Due notizione hanno accompagnato l' uscita di questo film. La prima, Clint Eastwood torna a recitare dopo quattro anni dalla sua ultima apparizione inGran Torino; la seconda, ancora più sconvolgente, è
che non è il regista di sè stesso. L' ultima volta è stato nel 1993, vent' anni fa. Questo mi ha portato a pensare che il fortunato regista deve godere di una stima notevole da parte del totem del cinema classico americano e di fatti leggo sui vari siti che si tratta dell' opera prima di Robert Lorenz, produttore o assistente di lungo corso. Poi scopro che parliamo di baseball, filone cinematografico a parte nel cinema americano, e subito mi torna in mente quella perla luccicante che è stato Moneyball. Posso dire che sono rimasto parecchio intrigato.


Tuttavia le aspettative vengono rispettate solo parzialmente. L' idea di mostrare un "eroe analogico" come il vecchio talent scout che usa letteralmente ognuno dei sensi di cui è a disposizione per capire se ha di fronte un campione nell' era del computer e delle statistiche (sembra il lato opposto della medaglia di Moneyball, again) non riesce ad essere completamente convincente. Eastwood si limita a fare il vecchio tignoso e la sua parabola narrativa non si stacca mai dalla previdibilità. Anche Justin Timberlake risulta un personaggio bidimensionale e scontato.
Dove invece il film diventa appassionante è nel rapporto padre figlia. La costruzione dei dialoghi e l' ottima alchimia tra Eastwood (qui si molto bravo) e la Adams lascia l' impressione che i due siano realmente parenti: alcuni sguardi e silenzi tra i due lasciano uno spazio che non appare vuoto ma pieno di significati vissuti in momenti precedenti agli eventi del film. Mi è capitato poche volte di riuscire a sviluppare un' empatia cosi marcata.


In mezzo a questa altalena tra delusione e convinzione si inserisce il baseball, sport misterioso e complicato. Non so perchè, ma nei film sembra uno sport fico e mi entusiasma guardarlo poi appena spengo il televisore mi dimentico persino che esista. Potenza del mezzo cinematografico. In questa pellicola viene mostrato un mondo di nicchia come quella dei talent scout, fatta di campi di provincia e motel dimenticati da Dio. Ovviamente l' ho trovato piacevole, almeno per due ore.
Per finire, menzione a John "stai per entrare in una valle di lacrime" Goodman, più invecchia e più migliora.
VOTO:

mercoledì 10 aprile 2013

Jimmy Bobo - Bullet To The Head


Regia: Walter Hill




Cast:
Sylvester Stallone, Sung Kang, Sarah Shahi, Jason Momoa, Christian Slater


Genere: Azione

Produzione: (USA, 2013)

Trama: Jimmy Bobo è un sicario. Al momento di incassare la diaria per l' ultimo lavoro eseguito, un mercenario uccide il suo compagno. Per risalire al mandante e compiere la sua vendetta, Jimmy si allea controvoglia ad un poliziotto di New York, inviato li per indagare.




C' erano una volta gli anni Ottanta in cui il cinema action era caratterizzato da uomini granitici,
semplicemente inarrestabili fino al raggiungimento del proprio obiettivo. La trama era semplice: abbiamo un buono e un cattivo. Il cattivo fa qualcosa di cattivo. Il buono ammazza tutti quelli che si frappongono tra lui e il cattivo. Duello finale con il cattivo e conclusione. Lineare e facile da seguire, niente arzigogoli di regia in cui l' unica cosa che contava (e per cui la gente pagava il biglietto) era l' eroe: icone come Stallone e Schwarznegger. Oggi invece il film d' azione puro non esiste più. Colpa del mercato e dell' inesorabile scorrere del tempo, ma ecco che il nostro Sly negli ultimi anni ha cominciato un' opera di rivisitazione di quel cinema, proprio come il western crepuscolare tornato in auge grazie a Eastwood con Gli Spietati.

Andare a vedere Jimmy Bobo è un semplice atto di devozione a quel cinema, non ci sono altri modi per dirlo. Nel caso il nome di Stallone non basti, sappiate che il regista è Walter Hill. Chi è costui? Come tanti eroi 80's alcuni si sono scordati di chi ha girato, tanto per dire due nomi a caso, 48 ore e I guerrieri della palude silenziosa. Io no. E all' accoppiata di nomi mi sono venuti i luccichini agli occhi come nei manga giapponesi.

Rigorosamente in sala da solo, popcorn formato jumbo a portata di mano, mi lascio avvolgere
completamente da questa avventura in cui ogni fotogramma trasuda un omaggio a quel cinema che tanto mi piace. Mi sono gasato già a partire dal primo secondo del titolo. La storia, va da sè, è secondaria: uno si concentra sui volti, sull' eroe e sul cattivone (un Jason Momoa aka Khal Drogo che ha il pysich du role necessario). La mano di Walter Hill si vede nella costruzione dei dialoghi tra i due protagonisti, nell' utilizzo di una colonna sonora mai invasiva ma che invece sottolinea ogni passaggio importante al momento giusto. Anche la scelta della location risulta azzeccata: basta metropoli, oramai abusate e invase da supereroi di ogni genere; meglio una poca battuta Louisiana. In questo contesto si inserisce Stallone che ricorda a tutti come sia un grande attore. Ironico, pungente, ovviamente muscolare come si confà alla situazione. Tutto il film procede con un ottimo ritmo senza mai arrancare un secondo fino al fatidico scontro con il cattivone e, ve lo posso assicurare, come duello mi ha sfatto sgranare gli occhi.

Attenzione, lo ribadisco: questo film è anacronistico, sembra uscito trent' anni fa con tutti i suoi pregi e dfetti e ridigitalizzato per renderlo fruibile agli spettatori digitali di oggi. Ma rimane un prodotto tipicamente 80's, quindi che ama le sgommate di Fast and Furious difficilmente si divertirà.
VOTO:

martedì 2 aprile 2013

La frode



Regia: Nicholas Jarecki



Cast: 
Richard Gere, Susan Sarandon, Brit Marling, Tim Roth, Laetitia Casta


Genere: Thriller

Produzione: (USA, 2012)

Trama: Tempi duri per Robert Miller: la sua holding ha un buco da 400 milioni di dollari e solo una vendita può salvarlo dalla bancarotta. Userà tutto il suo potere per far si che nulla si frapponga a questa vendita. Neppure un sospetto di omicidio.




Ancora in fissa per la visione di Margin Call ho deciso di dedicare una mini maratona sul genere "crisi
economica" e cosi mi sono gettato su questo film con Richard Gere. La storia si ispira vagamente alla vicenda di Bernard Madoff, autore della più grande truffa finanziaria della storia che nella pellicola trova il suo corrispettivo in Robert Miller, tycoon onnipotente a capo di una società che produce denaro manco fosse la Zecca di stato.
La prima sequenza è esemplificativa: Miller torna da un viaggio di lavoro con il suo jet privato per raggiungere la famiglia e festeggiare tutti insieme il suo sessantesimo compleanno. Normale vita di chi possiede milioni e affrontata con la sicurezza di un vincente uomo d' affari, una cornice perfetta. Ma dietro la cornice troviamo invece la sua corsa dall' amante capricciosa e la tensione per una firma che non arriva, una firma che gli permetterebbe di liquidare la sua società, tenuta in vita grazie a manipolazioni e magheggi tipici degli squali della finanza. A questa situazione decisamente complicata si va ad inserire anche la morte accidentale dell' amante causata proprio da Miller per via di un colpo di sonno.

L' intenzione del film è quello di mettere di fronte allo spettatore una situazione spinta fino agli estremi della difficoltà e mostrare quanto la moralità nell' uomo moderno, nell' uomo figlio del capitalismo spinto, sia sottile. Tutti hanno un prezzo, basta scoprire quale sia. Se in Margin Call veniva mostrato come il capitalismo sia strutturalmente marcio, La frode lavora sulla personificazione, sull' ego e sul carisma di un capitalista fino all' osso. Il tutto risulta piacevole e scorrevole grazie all' ottima interpretazione di Richard Gere che declina il suo charme in chiave negativa dando vita a un personaggio convincente.

Il film in definitiva scorre via fluidamente senza risultare mai pesante e tiene discretamente alta la soglia dell' attenzione. Certo, non si tratta di un capolavoro indimenticabile ma uno di quei film solidi di cui si sente sempre più il bisogno tra saghe teen e franchise allungatissimi.
VOTO: